Corriere della Sera – Lettere al Direttore – lunedi 18 dicembre 2017

A 35 anni ancora ragazzi?
I perché di un’idea sbagliata
risponde Luciano Fontana

Caro Direttore,
una piccola notazione, un nulla se paragonata ai grandi temi che ci svegliano ogni mattina. In un articolo del suo giornale, il cui contenuto non viene al caso, si dice testualmente di un certo tale che è «un ragazzo di 35 anni». Ragazzo? Allora questo spiega tante cose, tante che non voglio neppure tentare di elencarle. Mi perdonerà di aver posto questo tema, visto che sono un ragazzo di 77 anni.
Vittorio Steiner, Roma

Caro signor Steiner,
Il tema che lei pone non è davvero piccolo. Il fatto che anche noi, qualche volta, parliamo di un trentacinquenne come un ragazzo dimostra quanto sia cambiata la psicologia e la mentalità del Paese. Consideriamo normale che i nostri figli stiano in casa fino a quell’ età, che siano ancora dei giovani da accudire e aiutare economicamente e non adulti nel pieno della costruzione della loro vita. Certamente l’età media della popolazione è molto cresciuta, ci sono ottantenni ancora in piena attività e in buona salute, qualcosa di inimmaginabile qualche decennio fa. E questo ha alterato la nostra percezione delle diverse età della vita. Ma credo che il punto fondamentale sia un altro: i nostri ragazzi non riescono più, dopo la scuola e dopo l’università, a trovare lavori stabili, gli unici che permettono di programmare la propria esistenza: acquistare una casa, vivere con qualcuno o sposarsi, decidere di avere figli.
Vite precarie che durano spesso fino ai 40 anni. Contratti a termine o di incerta collaborazione sono la normalità. È un grande tema che dovrebbe essere al centro della campagna elettorale più di tanti altri: come restituiamo a una generazione il diritto di fare scelte autonome e di programmare la propria vita. In Italia si parla troppo di pensioni e troppo poco di lavoro dei giovani. L’eterna giovinezza può piacerci perché ci fa stare tutti meglio, in questo caso è un enorme problema che stravolge anche la nostra percezione della realtà.


Condivido in parte le argomentazioni dell’articolo trattandosi di una materia quanto mai vasta e che soprattutto spazia in un sociale che, mai come oggi risulta complesso e articolato, dipendentemente dalla prospettiva che si sceglie di adottare. In realtà mi sembra che oggi si parli spesso dei problemi dei giovani e delle loro difficoltà a trovare lavoro, in particolare di precariato, di contratti a termine e delle difficoltà in cui oggi versano le imprese. Forse però, ancor prima di parlare di lavoro, bisognerebbe farsi queste domande: Fino a quando terremo loro la mano?Quando cominceremo a responsabilizzarli per renderli consapevoli delle loro scelte? Quando cominceranno a pensare che non c’è sempre chi risolve loro i problemi? Forse l’iter della consapevolezza è molto più lungo e dovrebbe partire già dalla scuola, da un processo educativo che non ha come obiettivo quello di alleggerirli da tutto (dai brutti voti, dai compiti a casa, da una didattica impegnativa, da insegnanti severi etc.), ma di prepararli adeguatamente alle difficoltà che incontreranno, sì, anche quelle del mondo del lavoro. I giovani vanno stimolati all’apprendimento, alla crescita personale e professionale consentendo loro di affrontare nuove sfide e lasciandoli sbagliare, da soli.

 

 

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