Il Sole 24 Ore – il lavoro che cambia
Manager: oggi una competenza chiave è la lingua… italiana – di Lorenzo Cavalieri
18 aprile 2019

Nelle università e nelle scuole di management di tutto il mondo è molto di moda l’espressione Stem: Science, Technology, Engineering and Mathematics. Sono queste le discipline del futuro, gli ambiti di competenza su cui si devono concentrare i manager di oggi e quelli di domani. Si parla anche di pensiero computazionale: la capacità cioè di pensare come un informatico, in modo algoritmico, scomponendo problemi complessi in singole parti, più gestibili se affrontate una alla volta. In Italia l’identikit del manager perfetto è completato dalla conoscenza perfetta dell’inglese (e magari di un’ulteriore lingua straniera) e dalle cosiddette soft skills, le capacità creative, decisionali e di interazione efficace con gli altri.
A questo quadro tuttavia manca qualcosa, una competenza fondamentale che essendo stata sempre data per scontata non è mai entrata nel radar della formazione manageriale: la piena padronanza della lingua italiana. Oggi più che mai saper parlare e scrivere con una piena, disinvolta e forbita proprietà dell’italiano costituisce per chi lavora un enorme valore aggiunto. È un dato che suona paradossale se solo si pensa ai testi delle mail o alle conversazioni tipo che intercettiamo nella quotidianità: abbreviazioni, elenchi puntati, espressioni gergali, inglesismi, utilizzo di un numero sempre più limitato di parole…continua

 


 

Da tempo un articolo non mi vedeva così d’accordo. La lingua italiana oggi, più che mai, vive una fase di “recesso”, in pochi la utilizzano adeguatamente (che si tratti di ortografia o di semplice sviluppo di un concetto), probabilmente perchè complessa, estremamente articolata e con un lessico dove la scelta dei vocaboli ha differenti sfumature. Forse perchè questo sociale antepone l’impatto di un’immagine al contenuto, l’immediatezza di poche righe ad un testo più lungo, nella convinzione che la mancanza di tempo, ma soprattutto la voglia non ci farebbe arrivare alla fine. In realtà un testo se ben scritto è molto più efficace. E racconta molto di noi. Mi soffermo spesso sulle lettere di presentazione dei candidati e sui loro cv a seguire, ma in realtà poco o nulla ha a che fare con la prima impressione, la modalità espressiva è già per così dire “sintomatica” di chi ti troverai davanti che si tratti di un giovane o di un professionista. Cambiano i tempi e le priorità, ma la lingua è comunque parte di noi, forse dovremmo investirci più tempo nel farla nostra o almeno nell’approfondirla per una nostra crescita personale e professionale, per una resa migliore nel quotidiano, per una sana aspirazione al miglioramento individuale e a nuovi obiettivi da raggiungere.

 

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