Il Fatto Quotidiano.it / BLOG di Alex Corlazzoli – 2 giugno 2019
I professionisti che servono e che la scuola italiana non formerà

La scuola italiana ha fallito. Nei prossimi anni serviranno 236mila talenti del “Made in Italy” ma non ci saranno. A dirlo è un’indagine della Fondazione “Altagamma” ripresa dal Sole24Ore.

Entro il 2023 serviranno 89.400 professionisti nel campo dell’ automotive ovvero nelle aziende che fabbricano macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto. Le figure ricercate in questo settore saranno quelle di progettisti di prodotti materiali, meccatronici, montatori e manutentori. Nell’ alimentare serviranno 49mila persone: tecnici di vinificazione, esperti di marketing, addetti all’accoglienza, guide eno-turistiche. E ancora nella moda si cercheranno 46.600 profili in particolare esperti in calzature, pelletteria, sartoria, tessuto, maglieria. Nell’ospitalità saranno 33.200 le figure ricercate e nel design 18.300. Peccato che l’offerta che arriva dalla scuola non sia all’altezza di questa richiesta.
I ragazzi in uscita dalle medie che scelgono gli istituti tecnici sono appena il 30,7%; ai professionali si scende addirittura al 15% e agli Its gli iscritti sono circa 13 mila. Inoltre nei prossimi cinque anni in tutto il mercato del lavoro entreranno solamente 665mila laureati mentre ne servirebbero tra gli 800 e i 900mila specie nelle materie “Stem” (cioè scientifiche, tecnologiche, matematiche, ingegneristiche). Ciò che non è funzionato è l’orientamento. In questi anni la scuola non ha dato il giusto valore alle scuole tecniche che hanno, invece, una competenza specifica e unica che andrebbe riconosciuta e sostenuta. L’orientamento, invece, nel nostro Paese non funziona: chi va bene a scuola è destinato al liceo; chi va mediamente bene può aspirare ad un tecnico; chi va male è assegnato ad un professionale. E’ un modello che non funziona. E’ il momento di ripensare l’orientamento scolastico a partire dalla scuola primaria. Fin da bambini va riconosciuta la vocazione professionale sostenendo gli alunni in quelle materie dove meglio riescono. E in questo processo, abbiamo bisogno di avere maestri e professori delle scuole medie capaci di spingere l’acceleratore sulle cosiddette “Stem”.


Nell’efficace articolo di cui sopra si sottolinea, come già da tempo, la difficoltà della scuola di rispondere alle crescenti esigenze del mercato del lavoro, l’assenza di formazione a fronte delle professionalità emergenti, la persistenza dei luoghi comuni (la scelta dell’istituto tecnico in quanto si studia di meno), ma soprattutto, a mio avviso,  la sostanziale incapacità di evolversi, di adattare i contenuti ai tempi, di orientare la didattica a forme differenti. L’orientamento di uno studente, inoltre, è subordinato alle attitudini personali, ma anche alla capacità di educarne la mente, di appassionarlo, di stimolarne l’apprendimento, il chè non avviene esclusivamente allineandosi ai nuovi supporti tecnologici. Determinante, ritengo, un approccio di scambio tra passato, presente e futuro della didattica, di dialogo costante con gli studenti, di valutazione, di forte interazione con l’impresa e il mondo esterno affinchè possano acquisire oltre alle competenze di base anche la consapevolezza di un confronto, delle proprie aspirazioni, di cosa desiderano, vogliono e possono fare.

 

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