Il Sole 24Ore – Impresa & Territori

Occupazione
Smart working, è boom nel 2016. Un terzo delle grandi imprese è «flessibile»

di Giovanna Mancini 12 ottobre 2016

In attesa della legge (al vaglio del parlamento) che definisca modalità e dettagli dello smart working, sempre più aziende in italia stanno adottando formule di flessibilità lavorative sul fronte del luogo, dell’orario e degli strumenti da utilizzare per il proprio mestiere. Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, i lavoratori «smart» in Italia sono circa 250mila, ovvero il 7% dei dipendenti (impiegati, quadri e dirigenti) con un contratto di lavoro subordinato, in crescita del 40% rispetto al 2013.
Dallo studio emerge la fotografia di un fenomeno con grandi potenzialità non solo di espansione ma anche di miglioramento della produttività purché – mettono in guardia i curatori dell’Osservatorio – si tratti non di una moda o di un appellativo di facciata (come spesso accade per termini come «Bio», «Green» e simili), ma di un vero ripensamento del modello organizzativo aziendale. Al centro deve esserci l’idea di lavorare (e valutare il lavoro) su obiettivi e non più su mansioni, nonché la necessità di dotare i lavoratori degli strumenti tecnologici adeguati. «Un progetto efficace di smart working – fa notare il responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working Mariano Corso – deve porre le radici per lo sviluppo di un nuovo modello organizzativo, agendo su
tre elementi: l’allineamento strategico rispetto alle priorità strategiche aziendali e agli obiettivi delle persone coinvolte, uno stile di leadership che preveda coinvolgimento dei collaboratori nel processo decisionale e delega ai collaboratori, comportamenti delle persone caratterizzati da proattività e
intelligenza collaborativa» continua

Già da qualche tempo si parla di smart working…ma l’impresa italiana è davvero pronta per rivedere la propria struttura interna e ne ha concretamente le possibilità? Non a caso, poco più sotto nell’articolo, si puntualizza come solo il 5% delle piccole aziende abbia tentato di adottare questo modello e come ci siano sostanziali barriere culturali (ma non solo) nel riconsiderare la quotidianità degli spazi lavorativi. Forse la mancanza di tempo, l’urgenza della produttività non consente di valutare soluzioni alternative che potrebbero anche migliorare uno stato preesistente.

La visione a medio termine ci porta davvero un vantaggio nell’immediato?Riduzione dei costi, miglioramento della qualità del tempo/lavoro dei dipendenti, l’ottimizzazione degli strumenti tecnologici è davvero applicabile ad ogni realtà?

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