Il Sole 24 Ore – Strategie di cambiamento
Lorenzo Cavalieri 22 novembre 2017

Imparare e aggiornarsi, per il nostro cervello non è la stessa cosa

Nel mio ultimo articolo ho evidenziato quanto sia importante decidere di cambiare lavoro solo dopo una disamina asettica della propria situazione professionale. Troppo spesso infatti, sopraffatti dalla tensione, dall’emotività, dalla stanchezza, non riusciamo ad essere lucidi nel mettere sul piatto della bilancia pregi e difetti della nostra attuale occupazione. Il primo tema analizzato è stato quello relativo alla nostra capacità di produrre valore aggiunto, di «fare la differenza»: conviene cercare un nuovo lavoro se la situazione professionale che viviamo ci rende oggettivamente e facilmente sostituibili. Se invece il nostro lavoro ci mette nelle condizioni di esprimere il nostro «tocco speciale», unico e difficilmente sostituibile, allora meglio pensarci due volte prima di lasciarlo.La prima domanda da porsi è: «Produco valore aggiunto?»La seconda questione da affrontare quando ci chiediamo spietatamente se valga la pena inseguire una nuova occupazione è relativa alle nostre possibilità di crescita e apprendimento: «Il mio attuale lavoro mi mette nelle condizioni di continuare a imparare nel tempo?». Molti di noi risponderebbero a questa domanda dicendo: «continuo a imparare perché nel mio lavoro ci sono continui aggiornamenti e io sono chiamato ad adeguarmi a questi aggiornamenti». In questa interpretazione dunque imparare significa aggiornarsi. E in effetti non c’è dubbio che il medico debba imparare ad usare utilizzare un nuovo software, che il commercialista debba adeguarsi alla nuova normativa, che l’operaio debba misurarsi con un nuovo robot…continua


Come si evidenzia in seguito ” imparare sul lavoro significa essere esposti a situazioni inedite, mai vissute. Solo se il mio lavoro mi espone a situazioni nuove posso dire di avere un lavoro che mi consente di imparare” e pertanto è diverso dall’aggiornarsi o dal perfezionarsi in un contesto o in una mansione per noi abituale. Altrettanto il quotidiano ci dovrebbe offrire spunti di miglioramento e la volontà di apprendere cose nuove, non tanto per una maggiore competitività a fronte di un passaggio e/o di una crescita professionale, ma fondamentalmente per la naturale necessità di nuovi stimoli (“Il nostro cervello ha bisogno di essere alimentato con stimoli nuovi per continuare ad attivare efficacemente connessioni nuove e percorsi neuronali nuovi”), di misurare le proprie capacità altrove. La propensione all’apprendimento ci consente di adeguarci rapidamente a differenti situazioni, di non vivere il disagio del nuovo, del cambiamento che è in primo luogo “…un dato emotivo, non intellettuale. Se il mio lavoro non mi aiuta a stare nel “disagio del nuovo”, vivrò male il cambiamento che è iscritto inevitabilmente nel destino del mio percorso professionale, lo subirò”.
Tempi e innovazione costante impongono oggi il cambiamento di ciascuno.

 

 

 

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