Il Sole 24 Ore – Management
Nuovi manager
Vita privata o lavoro? Sempre più spesso i giovani scelgono la prima – di Francesca Contardi 15 febbraio 2018

Ieri ho fatto un colloquio con un giovane candidato che si era da poco licenziato da una delle più note società di consulenza al mondo. Aveva secondo lui un bellissimo lavoro, un fantastico team e un ruolo internazionale. Perché? La risposta è semplice: non aveva una vita. Mi ha raccontato che, negli ultimi mesi, aveva costantemente finito alle 22 e i suoi colleghi ancora più tardi. E con estrema tranquillità mi ha raccontato che non poteva più permettersi di non avere tempo per sé stesso. E dopo 9 mesi (qualcuno sicuramente dirà «dopo soli 9 mesi») questa persona ha scelto di restare senza lavoro piuttosto che con troppo lavoro.Il discorso non si applica solo a questo caso specifico. Potrei dire – e sono certa di non sbagliare – che è un discorso generale che vale per tutti e che aziende e manager non possono non tenere in considerazione. Chi di noi non sarebbe contento di tornare a casa e cenare con i propri figli o andare a una festa con il proprio compagno o compagna senza dover declinare l’invito per impegni lavorativi?
Ma… c’è un ma: proveniamo da una cultura molto strana per la quale chi esce dall’ufficio prima delle 20.00 quasi si sente in colpa. O si sente dire dai colleghi «mezza giornata oggi?». Eppure con i sistemi tecnologici siamo, di fatto, sempre connessi: mentre si viaggia, a casa dopo cena o in qualunque altro momento della giornata. Sempre ieri, ad esempio, ho risposto alla mail di un cliente alle 23, affinché la mattina dopo avesse tutte le risposte che aspettava. Una cosa impensabile qualche anno fa.Ai manager di oggi è richiesto un grandissimo cambio di mentalità: riuscire ad accettare che un buon lavoro si possa fare in tempi diversi, a distanza o senza un diretto controllo visivo. Dobbiamo uscire dalla mentalità – che si dimostra sempre più sbagliata – che chi non è fisicamente presente in ufficio non stia lavorando…continua

 


Le tecnologie ci permettono di svolgere in taluni casi il nostro lavoro anche in spazi differenti dall’ufficio e certamente si impone oggi un cambiamento di mentalità per gli imprenditori in direzione di una flessibilità e di un’efficienza che non può esclusivamente essere misurata sul numero delle ore trascorse sul posto di lavoro soprattutto se questo è decisamente spostato sulla cultura dell”extra-time”. Tuttavia la modernità, l’innovazione, l’apertura a differenti prospettive non possono essere considerate un alibi per stabilire le priorità. Certamente ciascuno per necessità, per scelta, per possibilità può decidere di privilegiare la sfera privata o contesti lavorativi che preservino maggiormente quello che oggi viene definito il “work-life balance”. Oggi tuttavia è meno preponderante la cultura del “sacrificio”, di un percorso che ti porta a coltivare aspirazioni, aspettative, a raggiungere obiettivi, ad una crescita personale e professionale,  gli aspetti educativi e valoriali sembrano di poco conto. Il lavoro non è misura di tutte le cose, ma dovrebbe comunque rappresentare una forma di realizzazione.

 

 

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